Dig It! (6) Watermelon Men
Past, Present And Future (Tracks On Wax, 1985)
Sul retro della busta interna di quello che fu l’esordio a 33 giri di questo quintetto di Uppsala una scritta invita l’acquirente che si trovasse in vacanza a spedire una cartolina al gruppo, all’indirizzo di casa del cantante e tastierista Erik Illes. Non lo ricordavo e quasi certamente all’epoca – sono sicuro che acquistai il disco se non a giorni dall’uscita al massimo a qualche settimana – non lo notai. Se no, due lire le avrei spese per soddisfare l’ingenua richiesta: “Greetings from Sardinia, guys. Real cool album. I liked the EP too”. O qualcosa del genere. All’improvviso mi scopro commosso. Chissà se Illes abita ancora lì. Mi coglie la curiosità di provare a scoprire che ne sia stato di questi allora ragazzotti (dalle foto chiaramente miei coetanei) post-Watermelon Men e constato che in Rete si trova pochissimo su una band che, insomma, non finì in copertina soltanto su “Bucketfull Of Brains”, pure su “Sounds”. Mi viene in soccorso Discogs e subito mi intristisco, apprendendo che il chitarrista Imre von Polgár perse la vita nel disastroso tsunami che colpì il Sud Est asiatico il giorno di Santo Stefano del 2004. Aveva quarantadue anni e il suo cv di musicista si esaurisce con il complesso che gli regalò il canonico quarto d’ora di modesta fama. Illes ha capitanato tali Distant Days, titolari di un LP nel 2017. Il chitarrista Johan Lundberg (ma sarà lui o è un omonimo?) figura nei grindcore Brainwasher, nell’album datato 2021 “Vicious Circles”. Il batterista Erik Westin è dal 2002 nei Private Jets, band power pop con all’attivo un EP, alcuni singoli, un unico lavoro in studio, edito nel 2008. Quanto al bassista Hans Sacklén, parrebbe avere appeso lo strumento al chiodo. E questo è quanto. Azzarderei che una reunion sia improbabile. Se non hai la mia età - o poco di più, o di meno - difficilmente li hai mai sentiti nominare, i Watermelon Men.
Non hanno ancora un nome per quello che non è ancora un gruppo Lundberg, von Polgár e Iles, che inizialmente suona il basso, quando nel 1982 decidono di incontrarsi periodicamente e jammare insieme, se così si può definire il trascorrere un paio di ore ad accordare gli strumenti e poi salutarsi. Sacklén e Westin si uniscono da lì a breve. Decisivo per indurre quello che per alcuni mesi è un sestetto (in squadra un organista; durerà poco) a cominciare a crearsi un repertorio misto di brani autografi e cover di folk-rock, garage-punk e punk tout court è il 7” d’esordio dei Nomads, Psycho, datato ’81 in realtà ma dalla diffusione che dire clandestina nella stessa Svezia è poco. Che dei connazionali conoscano i Sonics li entusiasma. Attorno a un singoletto che oggi passa di mano dai duecento euro in su si coagula una piccola scena che nell’85 offre di sé formidabile (rap)presentazione nella raccolta manifesto “A Real Cool Time – Distorted Sounds From The North”. E i Watermelon Men vi figurano. Non li scoraggia che CBS e EMI abbiano respinto al mittente un loro demo. Va meglio con la neonata (ha già in catalogo i Wayward Souls, ingaggerà Backdoor Men e Creeps) Tracks On Wax. L’EP “Four Stories By The Watermelon Men” vede la luce a ridosso della sunnominata antologia, si fa apprezzare per un artwork “in stile” (Sixties, va da sé) e stiloso e per il livello compositivo e interpretativo delle quattro canzoni che vi sfilano. Tale da rifulgere a dispetto di una qualità audio assai deficitaria. Gran bel biglietto da visita il grezzo jingle-jangle Blue Village, una sferzante quanto evocativa Is It Love, l’orecchiabilissima e troppo, troppo breve The Day The Angels Cried e la ballata sentimentale (presa in ostaggio dopo un po’ da un Farfisa debordante) Your Eyes.
Tuttavia: balzo vertiginoso quello che si compie – e di nuovo non sono trascorsi che mesi – con il debutto a 33 giri “Past, Present And Future”. Prima facciata che fra una Seven Years sfacciatamente in scia agli Yardbirds di Heart Full Of Soul e una You Should Be Mine parimenti devota ai Kinks di All Day And All Of The Night piazza un’acidula Pretty Days In The Summertime, una Tell That Girl che potrebbe essere più byrdsiana solo convocando direttamente Roger McGuinn, il garage New Hope For The Lonely. Apparentemente fuori posto e in verità in verità vi dico stupenda, Hungarian Heart, per trio di archi e mandolino, già apparecchia la tavola per un secondo LP che verrà malinteso e vilipeso. Cambio di lato. Nel percorso dal country-rock di Lonesome Town al folk-baroque Still Dressed In Blue ecco una Autumn Girl di impronta Big Star, il power pop Back In My Dreams, una cover personale il giusto di There She Goes dei Velvet Underground e la fragorosa, rutilante Nowhere Train. Dalle registrazioni è avanzato un pezzo – I’ve Been Told, suadente con brio – che l’anno dopo la britannica What Goes On sfrutterà come retro di un singolo con Seven Years sul lato A.
Nella primavera del 1986 i ragazzi portano in tour il disco in Germania Ovest, Olanda, Grecia e Gran Bretagna, con eccellenti riscontri di critica e di pubblico. Una carriera che sembrerebbe in rampa di lancio viene stroncata dalle stroncature che colleziona l’anno dopo ancora “Wildflowers”. Riascoltandolo rileggendole non me ne capacito. Eravamo davvero un po’ tutti un po’ ignoranti e molto talebani per accusare di melensaggine e pesantezza arrangiamenti invero raffinati che per certo non sviliscono una scrittura in ogni caso solida. Avevamo frainteso i Prefab Sprout, sottovalutavamo o peggio la lezione dei Left Banke. A risultare sul serio irredimibile è semmai il congedo “Moving Targets”, dell’88 e su WEA, orrendo sin dalla copertina.
“Dig It!” è la prosecuzione di una serie di articoli che inaugurai nel marzo 2012 sul blog Venerato Maestro Oppure. Si chiamava Presi per il culto e la portai avanti fino al luglio 2014. Se ti va, qui hai quarantuno dischi meravigliosi di cui leggere e da recuperare.
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